01 aprile 2025

Il corpo del Papa.


Matteo Matzuzzi (Il Foglio) - C’è tutta l’umana consapevolezza della propria fragilità nella scena descritta dal professor Sergio Alfieri, il capo dell’équipe che ha curato il Papa al Gemelli per più d’un mese. Nei momenti peggiori, quando “non si sapeva se avrebbe superato la notte”, Francesco senza poter dire nulla stringeva la mano del medico. Era idealmente la  lenta e affannata salita al Golgota, il suo Calvario. 

Non c’erano croci cui sorreggersi, come fece Giovanni Paolo II nella sua ultima Via Crucis, collegato dalla cappella del Palazzo apostolico e ripreso di spalle, mentre al Colosseo si dava eco alle meditazioni preparate dal cardinale Ratzinger, quelle sulla “sporcizia” che fa male alla Chiesa. Karol Wojtyla pareva fissare il crocifisso come intento in un dialogo profondo e riservatissimo, consapevole che la fine terrena era vicina, nonostante bollettini e aggiornamenti che (come sempre accaduto nei secoli) davano conto di miglioramenti con toni tutt’altro che rassegnati all’ineluttabile. 

Un amen, quello del Papa polacco, mentalmente sussurrato, il così sia che poi è una delle più frequenti espressioni del Vangelo, a cominciare dalle parole che Maria dice all’Angelo mentre questi le annuncia il destino che l’attende, essere la madre di Dio.


 


Il ricovero di Francesco non è stato mediatico come quello di Giovanni Paolo II, con le telecamere che riprendevano in diretta l’uscita dal Gemelli e lo scortavano, lui in papamobile, verso il Vaticano, tra ali d’una  folla gioiosa e al tempo stesso commossa. Non ci sono stati gli Angelus dal decimo piano dell’ospedale. Solo un audio trasmesso in piazza San Pietro, quindi una foto: Francesco con la stola viola, gli occhi pesanti rivolti verso il basso e una piccola croce sull’altare. Nient’altro. E’ sempre, anche qui, il senso del fiat cristiano. S’è detto e scritto, in queste settimane, dell’inizio di “nuovo” pontificato, con il Papa malato silenzioso e riparato dagli occhi del mondo. Quasi come il Giovanni XXIV di Guido Morselli, che non viaggiava né dava interviste né – salvo imperativi categorici o doveri d’ufficio – lasciava la tenuta di Zagarolo alla volta di Roma. Più banalmente, il ritorno a quella che è stata la prassi per secoli, con il Vicario appartato che non si vedeva né si sentiva quasi mai. E i più ignoravano dunque malanni e, a volte, deliri. Congetture su quel che potrà o non potrà fare, sulle apparizioni programmate e – addirittura – sui viaggi internazionali da programmare o cancellare. Non si sa, i severi piani dei medici potranno scontrarsi con la volontà e la testardaggine di Francesco, che di andare in ospedale aveva poca voglia – il professor Alfieri al Corriere della Sera ha detto “forse era un po’ contrariato” – e che verosimilmente tra un po’ si stancherà pure dei salottini di Santa Marta. [CONTINUA]

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