Gian Maria Vian (Domani) - Il 2 aprile del 2005, dopo due mesi di tribolazioni, si spegneva Karol Wojtyla. I suoi due successori lo hanno proclamato beato nel 2011 e santo nel 2014, ma la tempesta degli abusi si è abbattuta sulla sua memoria. Nell’ultimo libro di Gian Franco Svidercoschi un ritratto completo con testimonianze inedite.
Vent’anni fa, la sera del 2 aprile 2005, si spegneva Giovanni Paolo II. Con un’agonia drammatica – dopo due mesi di tribolazioni – si concludeva in Vaticano il suo lunghissimo, controverso e grandioso pontificato.
Più di Karol Wojtyła aveva regnato, per trentadue anni, solo Pio IX, che nel 1870 aveva assistito al crollo dello stato pontificio, ma anche agli inizi dell’irradiazione mondiale della sede romana. A sua volta, quell’uomo venuto da «un paese lontano» – primo vescovo di Roma non italiano da oltre quattro secoli – aveva contribuito nel 1989, due secoli dopo la rivoluzione francese, a un altro crollo, quello del muro di Berlino. Ma soprattutto, con 104 viaggi internazionali durati ben 822 giorni, aveva reso itinerante e molto visibile il papato.
Il cardinale polacco, che negli anni Settanta le foto in bianco e nero ritraevano come un attore americano dal sorriso lievemente ironico, appena accennato sotto un borsalino calcato sulla testa (ma anche come un cardinale seicentesco avvolto da un bianco ermellino), era stato eletto a cinquantotto anni il 16 ottobre 1978 dopo un difficile conclave. L’attentato del 13 maggio 1981 l’aveva quasi ucciso, poi il declino era stato lento ma progressivo.
Nell’estate di quell’anno una insidiosa infezione ospedaliera, debellata solo dalla paziente ricerca farmaceutica del religioso australiano Fabian Hynes, fu il primo segnale. Poi tra il 1992 e il 1996 quattro interventi chirurgici – al colon, a una spalla, a un femore (con protesi sbagliata all’anca), l’appendicectomia – e i sintomi del Parkinson.
Penoso è l’ultimo viaggio internazionale, nell’agosto 2004 a Lourdes, dove il papa si descrive come un malato tra i malati, ormai ridotto in sedia a rotelle. Cinque mesi più tardi, la sera del primo febbraio 2005, per gravi problemi respiratori viene ricoverato d’urgenza al Gemelli, il grande policlinico romano dell’Università cattolica del Sacro cuore. Wojtyła lo conosce bene e lo ha ribattezzato – con un ammiccante gioco di parole che allude al concilio – «il Vaticano III» perché divenuto ormai residenza papale dopo il Vaticano e Castel Gandolfo.
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Molto si è scritto su Giovanni Paolo II, la cui morte suscita un’enorme emozione tra credenti e non credenti. I suoi due successori lo proclamano beato nel 2011 e santo nel 2014, ma la tempesta degli abusi – sicuramente deficitaria è la gestione dello scandalo da parte del pontefice, come ammette anche il biografo a lui più favorevole, George Weigel – si abbatte sulla memoria del papa polacco: già nel 2019 in Francia un appello propone la sua «decanonizzazione» e l’anno successivo dagli Stati Uniti arriva la proposta di eliminare almeno il culto pubblico dell’ultimo papa santo.
Gian Franco Svidercoschi, giornalista di lunghissimo corso che ha seguito il concilio e conosciuto da vicino Wojtyła, accusa i collaboratori del pontefice. «Non è forse vero che, nei piani alti del Vaticano, c’era qualcuno molto autorevole che minimizzava lo scandalo?» scrive in Karol (Il Pozzo di Giacobbe), che tra i libri da lui dedicati a Giovanni Paolo II è il più felice, anche se non sempre convince.
Ma nelle centocinquanta pagine appena uscite il ritratto è completo, con testimonianze inedite, e la prosa del cronista di razza trascina. Con un’attenzione storicamente ineccepibile sul passato in Polonia – indispensabile per capire il papa – e con insistenza sul rapporto che Wojtyła ha avuto con gli ebrei: indispensabile per i cristiani.
A sigillo del libro, «Svider» sceglie il commento di Eugène Ionesco alla prima visita in Francia di Giovanni Paolo II. Molti che lo hanno ascoltato «hanno per la prima volta udito un uomo che si indirizzava a loro parlando di fede e non di politica. Dalla fede scaturiscono la buona politica, la vera giustizia, la quale prima di essere giustizia, è carità».
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controverso perche?
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